Insieme per un mondo unito, equo, pacifico, ed ecosostenibile (parte III)

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(Parte III)

Come anticipato nella scorsa puntata, è importante introdurre i concetti di equità e giustizia come solide basi per la realizzazione di un mondo migliore.

Nella realtà siamo abituati a vedere le disparità esistenti che spesso finiscono per essere amplificare da un sistema che favorisce un individuo tanto più quanto le sue condizioni di partenza sono già favorevoli. Una prima fase per superare questo tipo di amplificazione è quella di introdurre per legge sostegni che siano uguali per tutti (uguaglianza). Tuttavia, proprio per le diverse condizioni di partenza, alcuni saranno comunque avvantaggiati per effetto della disparità di base. Si può ovviare a questo problema garantendo sostegni che siano proporzionati ai bisogni degli individui, per cui chi è avvantaggiato in partenza riceverà sostegni di entità inferiore rispetto a chi parte con degli svantaggi (equità). Questo approccio, per quanto rappresenti un notevole miglioramento rispetto a quello egualitario, non si occupa di analizzare a fondo le cause prime della disparità iniziale. Queste ultime di solito sono dovute a barriere sistemiche la cui rimozione richiede studi approfonditi. Una società che si occupi di questi studi al fine di rimuovere queste barriere sistemiche si può davvero considerare una società giusta. La rimozione delle barriere sistemiche ha numerosi effetti a cascata, fino a coinvolgere gli aspetti economici, perché la mancata necessità di fornire sostegni differenziali per i singoli individui si traduce in un significativo risparmio di risorse che possono essere dedicate ad altre questioni.

Il ruolo delle associazioni

Le associazioni possono essere un esempio da imitare per la correttezza morale, l’impegno sociale, e una corretta informazione relativamente al lato migliore dell’uomo. Purtroppo, oggi assistiamo a una sistematica manipolazione dei sistemi di informazione per interessi di parte. Molte associazioni, in qualità di promotrici attive di giustizia sociale, hanno presto identificato le strette relazioni esistenti tra la sfera della giustizia sociale e quella della salvaguardia ambientale/climatica. Inoltre, esse riconoscono come incompatibili il clima di guerra che ultimamente va diffondendosi nel mondo, e l’anelito a un mondo più unito e giusto. Come si può parlare di giustizia sociale se prima non si è in grado di costruire la pace mondiale?

Guerra e pace

Quanto impattano le guerre sulla salute del nostro pianeta? Per i lettori di questo blog la risposta è scontata: l’impatto è enorme, le guerre sono una piaga tremenda. Usando la metafora del mondo come se fosse un corpo, possiamo immaginare le guerre come malattie autoimmuni, in cui parti potenzialmente buone del sistema si combattono reciprocamente, con grande danno per l’insieme.

Nello specifico, alcuni hanno fatto notare che le emissioni di gas serra dovute al settore militare nel suo complesso non sono considerate dai trattati sul clima, e questo fatto rappresenta una gravissima lacuna. Riconoscere che gli sforzi bellici sono nefasti per la salvaguardia del pianeta rappresenta un passo cruciale che ancora nessuno Stato ha dichiarato come elemento chiave per la transizione ecologica. Secondo un report di Conflicts and Environment Observatory, “il mondo militare emette il 5,5% di gas serra. Se fosse uno Stato, sarebbe al quarto posto e risulterebbe più inquinante della Russia” (dato riportato il 15 novembre 2022). La FOCSIV (Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana) afferma che “ogni dollaro speso per le forze armate non solo aumenta le emissioni di gas serra, ma distoglie anche risorse finanziarie, competenze e attenzione dall’affrontare una delle più grandi minacce esistenziali che l’Umanità abbia mai sperimentato. Inoltre, il costante aumento delle armi e degli armamenti in tutto il mondo sta aggiungendo benzina al fuoco del clima, alimentando la violenza e i conflitti e aggravando le sofferenze delle comunità più vulnerabili ai danni del clima”. Già nel 1972, alla Conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a Stoccolma era chiaro che la pace fra i popoli rappresentasse l’unica arma per combattere gli inquinamenti. Le varie associazioni – da quelle ambientaliste, per i diritti umani, fino a quelle per la tutela delle popolazioni indigene – dovrebbero unirsi per sensibilizzare l’opinione pubblica che la priorità, il primo problema è il raggiungimento della pace mondiale.

Le evidenze dell’enorme impatto delle guerre sull’ambiente sono ormai all’ordine del giorno per quanto riguarda i due maggiori conflitti recenti, cioè della guerra russo-ucraina e del conflitto israelo-palestinese.

Come le associazioni a volte colmano carenze dello Stato per servizi ed assistenza, in modo analogo, nel mondo, in questo momento, le associazioni dovrebbero unirsi tra loro a livello internazionale per colmare il vuoto delle istituzioni internazionali preposte a promuovere la pace mondiale. Sulla pace mondiale e sul disarmo universale l’ONU non è coinvolta direttamente perché non c’è un vero interesse da parte delle nazioni. Le istituzioni religiose procedono in ordine sparso, i leader religiosi non hanno indetto incontri con la partecipazione universale per discutere il problema del raggiungimento della pace. Di fatto, i margini di manovra per le associazioni sono enormi e, con la giusta coordinazione, potrebbero rappresentare una forza inesauribile per muovere l’ago della stabilità verso la pace.

(Eco)sostenibilità

Come non è tutto oro quello che luccica, altrettanto non è tutto green quello che viene proposto come sostenibile. È importante vigilare e vegliare sul diffondersi del business green, delle speculazioni, della manipolazione dell’informazione, riconoscendo agli albori tutte quelle forme di sedicente ecosostenibilità che non fanno altro che annacquare e gettare discredito su quella autentica.

Servirebbe, a tal proposito, un ente scientifico, autorevole, svincolato dagli interessi di parte, che possa essere punto di riferimento. Un simile organismo (possibilmente internazionale) al momento è assente. Pertanto, c’è un rischio concreto che le associazioni cadano nelle polemiche o sostengano scelte industriali non coerenti.

La cultura del secondo dopoguerra e del boom economico, quella del “tutto e subito”, ha spinto la società civile a pensare che i problemi siano in generale piuttosto semplici e che pertanto richiedano soluzioni altrettanto semplici. Tuttavia, ormai ai più è chiaro che la questione ecologica è un problema complesso. A problemi complessi in generale ci sono soluzioni e risposte complesse.

Presente e futuro

Il 2023 ha infranto molti record meteorologici (in negativo) e il 2024 sembra non voler essere da meno. Siamo andati troppo avanti nel processo del riscaldamento globale, i fenomeni estremi danneggiano anche le scelte introdotte proprio per ridurre le emissioni in atmosfera. Basti pensare alle tempeste estive del 2023, in cui la combinazione di vento e grandine ha causato il danneggiamento di molti impianti fotovoltaici. Come già menzionato in precedenza, ne hanno risentito anche le infrastrutture elettriche, tra cui le colonnine di ricarica per i veicoli elettrici e gli inverter dei pannelli fotovoltaici. All’altro estremo, a causa dei frequenti periodi di siccità, molti bacini idrici e idroelettrici sono vuoti. Questo inverno forse la siccità estiva è stata scongiurata grazie alle pesanti nevicate degli ultimi giorni invernali, ma non abbiamo garanzie che quella neve reggerà fino all’estate se il caldo sarà estremo.

Se la crisi è di sistema, come sembra sempre più evidente, occorre cercare un nuovo paradigma. La transizione di cui tanto si parla non può essere solo tecnologica e/o digitale. Ben venga il passaggio obbligato dell’abbandono dei combustibili fossili in favore delle fonti rinnovabili. Tutti siamo d’accordo riguardo alla necessità di ottimizzare l’uso dell’energia, anche se siamo ben consapevoli che non c’è ancora una soluzione definitiva al problema energetico.

Quello che serve davvero, non come aspetto secondario da affiancare alla transizione energetica, ma piuttosto come fenomeno primario, è la cosiddetta transizione umana e sociale. Una nazione da sola non può risolvere le emergenze globali. Una religione da sola non può risolvere le emergenze globali. La scienza da sola è impotente a cambiare i comportamenti umani, perché molti individui “ragionano” più col cuore che con la mente, e non possono essere biasimati per questo. La frustrazione dei mistici di tutte le religioni è la stessa degli scienziati: entrambi non riescono a cambiare i comportamenti dei popoli.

La chiave, per quanto possa sembrare contraddittoria, è l’unità nella diversità: una unità inclusiva, non esclusiva. Unità tra le nazioni, tra i popoli, tra le religioni, unità armonica tra scienza e religione. Vale la pena riflettere sul fatto che già il rispetto reciproco rappresenta una forma di unità: se anche per alcuni fronti possiamo immaginare che non si comprenderanno mai, almeno è auspicabile che si rispettino reciprocamente.

La storia spesso ha dimostrato che non si può volare con la sola ala della scienza o con la sola ala della religione. Si può attingere ai dati della scienza ed agli insegnamenti rivelati dai fondatori delle religioni. La Storia tutta, con tutte le sue contraddizioni, dovrebbe esserci maestra per promuovere insieme una visione universale, inclusiva, che possa tutelare tutti i popoli, l’ambiente, i beni comuni, i diritti, al fine di garantire un futuro sostenibile.

Una Costituzione della Terra

Il tema dell’unità globale fortunatamente sta emergendo. Una delle tracce della prima prova della maturità del 2022 verteva proprio sull’idea di sviluppare una “Costituzione della Terra”. Di cosa si tratta?

Intanto, questa definisce delle condizioni inequivocabili: un sistema limitato come il pianeta Terra è caratterizzato da limiti e vincoli fisici ineliminabili. Questi dovrebbero determinare, per riflesso, un sistema di limiti e vincoli ai poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali: serve un patto costituzionale fra tutti i popoli della Terra che argini tutti i crimini di sistema, come guerre, devastazioni ambientali, morti per fame, sete, malattie non curate.

Qual è il ruolo del singolo in questo contesto?

Come le cellule dell’organismo lavorano per il benessere del tutto, così l’individuo dovrebbe essere consapevole di poter rappresentare una parte importante dell’unità globale di cui si parlava prima. L’individuo può scegliere liberamente e consapevolmente di dare il meglio di sé per la salute globale dell’Umanità e del Pianeta.

Qual è il ruolo delle associazioni in questo contesto?

Se l’individuo può essere paragonato alle cellule dell’organismo che lavorano per il benessere del tutto, le associazioni possono essere paragonate a organi e tessuti. Solo attraverso la loro cooperazione e collaborazione attiva si può pensare che la società nel suo insieme possa trarre benefici.

Simone Potenti

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